Matrimonio

La famiglia costituisce la componente basilare dell’intero popolo ebraico: “Crescete e moltiplicatevi” è la prima regola che il Signore detta agli ebrei. Nella tradizione ebraica sposarsi diviene un obbligo fondamentale, la creazione di una famiglia è la condizione primaria per il perpetuarsi del popolo ebraico. Ancora oggi il matrimonio continua a rivestire un ruolo fondamentale e viene celebrato con riti e usanze che hanno radici antichissime. Rimangono immutati da secoli i momenti salienti della cerimonia, ma laddove il rito non dà prescrizioni puntuali e inequivocabili, gli ebrei, vissuti per secoli mescolati ad altri popoli, si aprono alle influenze, agli usi e alle mode della cultura che li circonda. La cerimonia si compie attraverso tre momenti distinti Shiddukhin, Qiddushin, Nissuin. L’atto degli Shiddukhin corrisponde all’incirca al fidanzamento e avviene nel momento in cui si dichiara formalmente l’intenzione di sposarsi. Si tratta di una promessa senza effetti giuridici. In passato le famiglie dei futuri sposi solevano in questa fase iniziale discutere degli aspetti economici e formulare le condizioni del matrimonio: chi fosse eventualmente venuto meno all’impegno era tenuto al pagamento di una sorta di penale. L’istituto della dote, fino all’Ottocento, è nelle comunità ebraiche di fondamentale importanza. Il patrimonio di famiglia veniva tramandato per linea femminile proprio attraverso la dote, che ne garantiva giuridicamente l’integrità. Essa era costituita da regalie in danaro cui si aggiungevano il corredo e donativi di varia natura. La vera e propria cerimonia nuziale ha luogo con la celebrazione dei Qiddushin e dei Nissuin, sotto la Chuppah, il baldacchino nuziale che simboleggia la futura coabitazione degli sposi. Questa fase del rito è preceduta dalla stesura di un documento fondamentale, che regola i rapporti giuridici di tipo economico fra i coniugi: la Ketubbah. Si tratta di un atto che testimonia le obbligazioni che, con il matrimonio, il marito assume nei confronti della moglie: sia quelle che è tenuto ad osservare finché il matrimonio è valido, sia quelle che incombono su di lui e i suoi eredi nell’eventualità di un divorzio o nel caso in cui la sposa resti vedova. La ketubbah deve essere consegnata alla sposa prima dei Nissuin e subito dopo i Qiddushin; viene firmata dallo sposo e dai due testimoni e in Italia vige l’uso che sia controfirmata anche dalla sposa. La celebrazione dei Qiddushin avviene con la consegna alla sposa da parte dell’uomo di un oggetto di un certo valore, quale un anello d’oro e senza pietre. Nei secoli scorsi gli anelli erano molto lavorati ed avevano una foggia particolare, che può ricordare una torre o una piccola casa. Immediatamente dopo la consegna dell’anello, si rilegge la ketubbah che viene infine data alla sposa. L’unione della coppia è suggellata dai Nissuin durante i quali si recitano le Sette benedizioni. In ogni comunità la cerimonia è arricchita da inni e musiche liturgiche che seguono tradizioni diverse. Il matrimonio ebraico è riconosciuto dalle leggi vigenti in Italia (L. 109 del 7 marzo 1989) come avente effetto civile, su richiesta dei nubendi, da presentarsi nel comune di residenza. In tal caso il rabbino celebrante officerà il rito civile. Dopo il matrimonio religioso viene data lettura degli articoli del codice relativi agli obblighi matrimoniali e il rabbino e due testimoni firmano l’atto. Prima delle Intese tra Stato italiano e Unione delle comunità ebraiche italiane (1987), il matrimonio civile veniva celebrato nella sua interezza e precedeva il rito ebraico.

Tratto da: “Ieri sposi. Matrimoni ebraici in Piemonte”, s.d.,

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